TEATRO/AL CENACOLO
LE PAROLE ALATE DI OMERO

Roberto-AlinghieriLECCO – Nell’epoca dell’immagine e della tecnologia possono ancora sedurre le storie antiche? Certamente sì! È questa la risposta decisa del regista Sergio Maifredi, che da diversi anni porta in tutta Italia il suo progetto Odissea. Racconto mediterraneo, per riscoprire le nostre radici attraverso la pratica della narrazione orale. I diversi episodi del poema omerico sono affidati alla voce di attori e scrittori, che leggono, interpretano e avvicinano gli spettatori a quelle storie. Così è stato anche giovedì 30 novembre al Cenacolo Francescano. “Cantore” della serata è Roberto Alinghieri, attore e regista ligure, che ha affrontato il Canto XVII. Odisseo è tornato a Itaca in incognito, sotto le mentite spoglie di un mendicante, e osserva tutto, paziente. Il canto, che si presta particolarmente alla lettura drammatizzata perché ricco di dialoghi. Nell’isola tutti parlano di Odisseo: c’è chi piange e lo ritiene morto, c’è chi è sicuro del suo prossimo arrivo e chi approfitta della sua lunga assenza per godersi i suoi beni. E invece l’eroe è già lì e cova la sua vendetta.

Soltanto un personaggio non ha bisogno di prove per riconoscere Odisseo: è la splendida e indimenticabile figura del cane Argo, archetipo della fedeltà disinteressata. È lui che sente la presenza del padrone, lo percepisce con il corpo ormai stremato dalla vecchiaia e dalla malattia. E anche Odisseo non ha dubbi: quello è il suo cane, lo splendido segugio che lo guidava nella caccia, con il suo fiuto infallibile e lo slancio giovanile. Chiede così all’ignaro compagno Eumeo di raccontargli le prodezze del cane, ora trascurato e pieno di zecche: Odisseo cioè si fa ascoltatore di una voce che racconta e riattiva così i suoi ricordi.

E quando “il fato della nera morte” cala sugli occhi di Argo, l’attore ferma l’incanto del racconto. Alinghieri cita altri cani letterari famosi, legge una poesia di D’Annunzio dedicata ai suoi levrieri, ci invita a riflettere sulla fedeltà e sul valore del riconoscimento. Naturalmente il tema si lega al discorso “mediterraneo” caro al regista: riconoscere l’Altro in quanto uomo è il problema di scottante attualità dei nostri giorni. Odisseo a Itaca è simile a uno dei tanti homeless delle nostre città: passiamo loro accanto e non li vediamo, e addirittura non li riconosciamo, ricorda Alinghieri, perfino quando sono nostri parenti (mascherati), come accade in un impressionante esperimento sociologico messo in atto per le vie di New York. Il re di Itaca in questo momento è invisibile a tutti, e si fa concreto, corpo denso di umori e ricordi, soltanto per il suo cane. Omero ci parla quindi di identità, di affetto incondizionato, di riconoscimento.

Subito dopo la morte di Argo, la scena è dominata dalla tracotanza dei Proci e in particolare di Antinoo, che lancia uno sgabello contro il mendicante Odisseo, apostrofandolo come forestiero scansafatiche, giunto a profittare del benessere altrui. Ed ecco che in questo poema di quasi tremila anni fa scopriamo i nuclei dell’oggi. Complice la voce pacata e decisa di Alinghieri, che ci aiuta anche a sdrammatizzare riproponendo alcuni motivi della parodia musicale del Quartetto Cetra, anni Settanta, fra cui l’irresistibile “That’s Omero”, sulle note del successo “That’s amore” di Dean Martin. Nulla di più azzeccato: infatti Omero ci conquista. Al punto che quando la lettura recitata si ferma, in chiusura del Canto XVII, un fremito di delusione e incertezza serpeggia nel pubblico lecchese: ma come, è già finito? That’s Omero, un classico, che non ti sazi mai di leggere e di ascoltare e vorresti che non finisse mai.

Gilda Tentorio

Odissea. Un racconto mediterraneo.
Odisseo e il fedele cane Argo (Canto XVII)
Regia di Sergio Manfredi
con Roberto Alinghieri
Produzione Teatro Pubblico Ligure

 

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