DON GIOVANNI MILANI:
SENTIMENTI, INEVITABILI RICORDI
D’UN PRETE DA CINQUANT’ANNI

Stanno per scoccare i miei cinquant’anni d’Ordinazione presbiterale, si potrebbe dire con parole più semplici: cinquant’anni che sono sacerdote, ma in quel “presbiterale” risuona il tempo, “prebitero” in greco, lingua antica, vale “vecchio” e sta davvero bene, perché cinquant’anni sono ben metà d’un secolo.

Mi si fanno domande circa sentimenti e ricordi, questo – a dirla tutta – mi dà sentire antitetico: un poco mi carica di imbarazzato pudore (a parlare di me e di tutto questo tempo) ma, d’altro lato, anche contento d’esprimere la gioia riconoscente d’esser prete.

Sento pudore, perché il tempo non è certo merito. Tutti hanno esperienza di come si svolga da sé senza sforzo (spesso vorremmo frenarlo. Il merito lo vedo altrove che dentro la mia persona: sicuramente nel Padreterno – a chi legge parrà scontato che un prete s’esprima così, ma non lo è proprio – pur se le ragioni non m’è facile metter in piazza tanto siano intime.

È poco dire che gli sia grato – parlo del Padreterno – eppure non solo a lui, perché il tempo, certamente per me, credo per tutti e pei sacerdoti, quelli in cura d’anime, ancor più, s’impasta di relazioni, par fatto di rapporti, ben più che di cose.

La mia riconoscenza più intima è per la grazia che mi ha dato il Signore (preferisco sempre dire Padreterno a sentirne sulla testa, più che grandezza dominante, la protezione paterna) camminare nella vita sacerdotale è stata continua scoperta di favori, di scoperte nuove (non tutte certo esteriori) quasi ad ogni passo, orizzonti di bene, gioioso il più delle volte; sì, anche di qualche fatica, tanto facilmente superata nella certezza crescente e rassicurante di una presenza, assistenza, palese più al cuore che agli occhi.

Non troppo meno sentito è il senso grato che devo a tanta gente: l’ho avuta vicina, ci ho camminato, spesso con passo gioioso e fin ilare, talvolta in modo pensoso, poi anche ne ho fatto mio il dolore, perché la vita – sempre dono – è una mescolanza di bene pur con fatica ed anche soffrire. Qui dovrei tirar fuori un chirografo quasi più lungo di quello degli angeli dell’Apocalisse: primo Parrocchiani di tutte le taglie, ma poi: alunni, colleghi, confratelli, persone incontrate nel confessionale o per strada, poveri – talvolta veri maestri – anche mendicanti…

A proposito della gente talvolta mi verrebbe da innalzarle addirittura un inno (non essendo affermato poeta, m’è già capitato tracciare qualche schizzo, divertito o commosso, sempre molto partecipe) perché per la gente, per la “mia” gente – per me prete è tutta quanta trovo sulla mia strada –. Oh, certo, le ho anche dato mano, spero buona, ma è per lei (meglio il plurale, tanta è): è per loro, che sono sacerdote, ho da riconoscerle che, se io ho insegnato, accompagnato, predicato; almeno altrettanto, ho appreso, ne son stato formato. Mi s’è persino talvolta alzato l’uzzolo trarne racconto quasi in parallelo d’autobiografia.

Posso dire di non aver mai fatto di testa mia: mi son sempre lasciato guidare dagli incarichi e destinazioni dei Superiori, talvolta anche dentro qualche fatica, ma poi (grazia del solito Padreterno e riscoperta personale) mi sono accorto che non avevo che da appassionarmi a tutto quanto mi si proponeva.

Sette (meglio otto) residenze materiali, a contarle in traslochi, ma parecchi di più gli incarichi: da quelli più consueti di Vicario parrocchiale e Parroco, ad altri più singolari: Direttore d’Orfanotrofio (già diacono), Cappellano dei Partigiani Cristiani (sei figlio di un partigiano! Mi si disse), Cappellano d’Ospedale psichiatrico (all’estero, non usano più in Italia, naturalmente con cambio di lingua), insegnante. Qui è da dire: in tutti i gradi da “Specialista di religione” alle Elementari (non avevano ancora inventato la Primaria) insegnante alle Medie, i lunghi anni di Storia e Filosofia al “Manzoni” di Lecco, poi alla Facoltà teologica dell’Urbaniana, nella sua sede di Monza per i futuri Missionari del P.I.M.E.; ma già al primo (o secondo?) anno di Messa, mi si chiese di insegnare “Sacramentaria” alle Ausiliarie diocesane che avevano sede poco distante dalla mia (era già la seconda) Parrocchia d’allora.

Non è facile parlare, forse più pertinente all’essere sacerdote, di esperienze interiori, molto più agevole lasciare svolgere la pellicola che riporta fatti ed accadimenti. Quanti! con i ragazzi nelle vacanze estive: tende, baite montane improvvisate con tanta allegra fantasia. E all’Oratorio e in Parrocchia? Feste e ricorrenze, cammini ordinari e momenti di vera intensità d’incontro personale o collettivo. E nelle ferie? Quanto spesso all’estero in visite ai Missionari e supplenza di sacerdoti; ma anche a gustare montagne meno domestiche: sin all’orgoglio del Bianco.

Ho sempre avuto gran gusto d’avventura, talvolta lo sfogavo in una corsa, tra scuola e celebrazione pomeridiana, su per una ferrata delle nostre qui attorno; con tempo più largo c’erano la Segantini o i Magnaghi; nel giorno di san Nicolò (festa civile per il Liceo di Lecco, non alla mia residenza) il tempo “di scuola” era per l’invernale al Grignone. Sempre su invito, spesso benedetto dai Superiori, ho avuto occasione di vedere paesi diversissimi: il Giappone (vi ero stato invitato a predicare a suore italiane) poi Brasile, Bolivia, Uruguay. Davvero singolare è stato un viaggio in Africa, un po’ sempre desiderata come possibile “Fidei donum”, ma solo toccata in un’avventurosa Algeria sahariana sulle orme fascinose di Charles de Foucauld.

Tutte cose molto esteriori, ad altri non sapranno dire molto, per me sono ricordi grati ed anche curiosi, dai giovanili e massacranti (con aggiunta di drammatico incidente d’auto) viaggi in Jugoslavia a portare solidarietà e qualche aiuto; poi, nell’avventura, mettici anche la lingua, ci trattavo poco: coi confratelli, non sempre ricambiato, c’era il latino, ma per la gente doveva essere solo il croato, sull’altare letto e in piazza parlato più con le mani che con qualche parola.

Tra le curiosità, mi ci sto abbandonando, quello del celebrare all’estero, il latino non era sempre possibile, non troppo disagevole nelle lingue neolatine (talvolta ci si doveva anche esprimere predicando), ma quando si trattava di Croato o Tedesco, allora… accurate prove di lettura. Il mestiere d’insegnante (forse la disponibilità che mi veniva dal sentire sempre opportunità e dono l’esercizio sacerdotale) mi raccomandava a confratelli e religiosi per predicazioni e interventi i più vari: ritiri parrocchiali o per ragazzi, parlare ai giovani. Quarant’ore, preparazioni a feste o momenti penitenziali, esercizi spirituali per religiose, catechesi, conferenze, talvolta anche all’allora radio cittadina.

Temo d’essermi addentrato fin troppo in dettagli che fan poco conto; son convinto ogni prete che attinga a momenti come questi, senta intima riconoscenza che non solo gli faccia esprimere il “Grazie” – quale dicevo più sopra – pure un contento intimo che pare non aver più spazio di esperienza, una pienezza molto simile a quella dei Patriarchi, carichi di anni – forse, qui, non ci son ancor quanto loro – un carico di bene ricevuto dal Signore e dagli uomini, davvero parecchio ricolmo, che mi dona serenità vasta con tanto luminoso e riconoscente appagamento.

Le mie energie non bastano a proclamare tutto il senso grato che mi trovo dentro (son sempre più lievi le forze) chi legge può certo darmi mano ad elevare preghiera al Signore, non la conoscerò io, pure non sarà certo vana, farà coro festoso a muovere certo il sorriso del Padreterno e il cicaleccio degli angioletti che si stanno preparando al presepio.

“Tutto è grazia” – copio volentieri dal curato di Bernanos – la mia realtà è certo men drammatica; la sento tanto affidata e benedetta, certo alla mano del Padreterno, ma ancor tanto alla benevolente attenzione di molti davvero.

Don Giovanni Milani
Sacerdote da 50 anni


Oggi il sacerdote celebrerà la messa in San Lorenzo a Ballabio alle 18 a cui seguirà una breve festa in diretta su YouTube a questo link

 

 

 

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