MEDITAZIONE DI DON G. MILANI
NELLA PRIMA DOMENICA
DOPO LA DEDICAZIONE

In questa domenica che ci vuole portare il vasto pensiero della missione, leggiamo gli ultimi versetti di Matteo, che non sono tanto la fine del Vangelo, ma ci recano il suo fine: fare discepoli e battezzarli, cioè immergerli, nel Padre, nel Figlio e nello Spirito, con la certezza di una presenza: il Signore Gesù. Gli Undici (il non più dodici, ci suggerisce che anche la Chiesa nel tempo non è perfetta) vanno in Galilea – scenario storico della predicazione, dell’agire di Gesù –, là, sul monte “indicato” (quello della trasfigurazione o del discorso?) che, proprio già come monte, allude più alla solennità dell’incontro che non ad un luogo, ed è Gesù che va loro incontro; si prostrano (come già i magi, il senso è dell’adorare il risorto) eppure alcuni son ancora dubbiosi (nella fragilità della fede che sarà fortificata dallo Spirito).

Il Signore parla loro solennemente per l’ultima volta: dice del suo potere. Par bello notarne la parola: ἐξουσία, ha significato che tutto esca da lui, in cielo ed in terra; il potere di Gesù, non si esprime nel dominio, come normalmente accade, ma tutto è dono ed ecco il mandato: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Il compito degli Undici, di tutta la Chiesa (e diventa anche nostro, tanto più in questa domenica in cui facciamo meditazione sul mandato missionario), secondo il suggerimento sottile del nostro testo, è innanzitutto a “far discepoli”, non farsi maestri, non ammaestrare, ma mettersi sullo stesso piano in discepolato di Gesù sempre, così riceveranno lo Spirito e così immergeranno – battezzeranno – nel Signore: il Padre il Figlio e lo Spirito. Esser discepoli significa vivere in quest’immersione, che è innalzamento a Dio. Vi è poi l’assicurazione della sua presenza, del costante rimanere tra loro del Signore stesso: “sono con voi tutti i giorni”, qui propriamente chiude il Vangelo.

È bello leggere il manifestarsi di Dio, da Mosè, con il severo, “Io sono”, sin qui, dove l’Emmanuele, il Dio con noi (di Isaia e ancora nell’annunciazione a Giuseppe dell’inizio di questo Vangelo) non solo si è fatto uomo, ma promette la sua presenza tutti giorni, tutto il tempo del far discepoli e immergere nella grandezza di Dio. Ma ancora proprio le ultime parole si possono, forse si debbono, tradurre non solo come nel nostro testo liturgico: “sino alla fine del mondo”, piuttosto: sino al fine del mondo; sino al fine anche di questo mondo (di quest’eone) con una presenza del Dio-con- noi per l’aprirsi definitivo e redento sull’eone definitivo dell’incontro pieno in Dio. 

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

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