FORMIGONI BENEMERITA
E SCUOLE PRIVATE/AGOSTONI
REPLICA A PAOLO TREZZI

Paolo Trezzi se la prende con l’amministrazione del Comune di Lecco per il conferimento della benemerenza civica ad Annamaria Formigoni, perchè non sarebbe un fattore di unità per la città. Insomma, un colpo di mano orchestrato da “qualche firma e un pugno di capigruppo in Comune”.

In realtà credo che se avessero firmato tutte le persone che avrebbero desiderato farlo, forse non sarebbero bastate le numerose risme di carta presenti nei ben forniti magazzini della Pietro Scola. Tante sono le persone che nutrono sentimenti di profonda e motivata stima e gratitudine nei confronti della persona che ha guidato la Pietro Scola per 34 anni. La stessa persona che ha insegnato per ben 24 anni nelle scuole statali riscuotendo anche in quell’ambito stima, rispetto, gratitudine. Come si vede il tema non è pubblico privato, o meglio pubblico statale e pubblico non statale. Il tema è il riconoscimento di una vita dedicata ai piccoli, ai giovani una vita dedicata a offrire ai giovani quel preziosissimo bagaglio di conoscenze, di competenze, di affetti, di stima per se stessi e per gli altri, di idealità, insomma, quel preziosissimo bagaglio di bene che ciascuno si porta per tutta la vita come risorsa decisiva in ogni circostanza, quel bagaglio di bene che rende più umana e civile la società. Non credo che serva dire di più.

Ma Trezzi prende spunto da questa benemerenza per riproporre la sua visione in verità un po’ datata, anche se purtroppo non superata, del rapporto pubblico-privato in ambito scolastico.

Innanzitutto appare forzata la contrapposizione genitori-cittadini, e nessuno ha mai sostenuto la tesi che la scuola sia dei genitori. La scuola è un luogo dove in modo organico viene raccolta la grande eredità di conoscenze e di cultura di secoli di storia della civiltà e conferita ai giovani perché la assumano criticamente e la rielaborino per un ulteriore progresso. Questo processo avviene attraverso il lavoro diretto di insegnanti in relazione con le famiglie e con la società tutta. Occorre però ricordare, a proposito del ruolo dei genitori, che la nostra Costituzione (art. 30) e la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 26) riconoscono ai genitori il primario diritto/dovere dell’educazione dei figli. Questo significa che i genitori hanno voce in capitolo nell’attività scolastica, certo non per interferire sui teoremi o sulle versioni di latino ma sul percorso educativo e sulla maturazione dei ragazzi. Significa anche che i genitori hanno il diritto di scegliere la scuola migliore per i propri figli, secondo la propria valutazione e responsabilità.

Trezzi si sofferma sulla situazione delle scuole statali, alle prese con difficoltà e disfunzioni di varia natura, lasciando intendere che tale stato di cose dipenda da “budget di una manciata di migliaia di euro”. In realtà per le scuole statali c’è una montagna alta 50MLD di € (bilancio MIUR) cui vanno aggiunti gli stanziamenti per energia, gas, manutenzioni, edilizia scolastica, mense, pulizie, trasporti, servizi che gravano sui bilanci degli enti locali. Uno studente nelle scuole statali costa alla collettività oltre 8000€ anno. Soldi dei contribuenti. Non sto a dire se sia tanto o poco. Dico che è prevalente il senso di amarezza, di sconforto o anche di rabbia al confronto fra risorse e risultati. Risultati deludenti e non solo per quanto descritto da Trezzi: ci sono anche, e sono più importanti, i risultati delle classifiche OCSE_PISA sui livelli di apprendimento che vedono il nostro Paese piuttosto in basso. Amarezza, sconforto e rabbia che condivido totalmente. Non mi va assolutamente bene che questa sia la condizione della scuola statale. Credo che non vada bene a nessuno. Ma cambiare si può: basta osservare la realtà. Le scuole paritarie funzionano grazie alle rette pagate dei genitori: circa 4/5mila euro anno (non 8000) le secondarie per le quali i contributi statali sono praticamente un nulla. Ci sono i contributi pubblici per un totale di circa 500ML (meno dell1% della spesa pubblica per la scuola) e sono concentrati sulle scuole dell’infanzia e, in minima parte, sulle scuole primarie. Proprio per questo le primarie possono funzionare accontentandosi di rette più basse, 3000€ o poco più. Come si spiega dunque? Semplice: efficienza gestionale. Ma come può, invece, essere efficiente una organizzazione che deve gestire centralisticamente oltre un milione di dipendenti? E come fa una tale organizzazione ad avere la flessibilità necessaria a seguire l’evolversi rapido della società fornendo ai ragazzi una preparazione al passo con i tempi? La flessibilità per adattarsi anche ai diversi contesti socioeconomici? E come fa la suddetta organizzazione a tirare su degli uomini con la voglia di fare, di mettersi in gioco con responsabilità, di intraprendere, di innovare, se chi è deputato a questo (innanzitutto gli insegnanti) sono impiegati statali a posto fisso, con retribuzioni appiattite, con avanzamenti avulsi dal merito? Stiamo parlando di un sistema strutturalmente inadeguato, e non per le persone che vi lavorano. Che fare? Semplice: autonomia, parità, libertà di scelta. Semplice non vuole dire facile. Si tratta infatti di una rivoluzione del sistema scolastico. Ma è anche ora di finirla col dire che siccome è difficile, allora niente. Neppure il PNRR, che pure prevede importanti investimenti sulla scuola (cosa lodevolissima) interviene nel miglioramento a livello della struttura del sistema. Col risultato che i tanti soldi immessi nel sistema dal suddetto PNRR avranno un rendimento da zerovirgola, se parliamo di un salto di qualità del sistema. Tutto questo è per dire che contrapporre pubblico a privato non ha alcun senso. L’unico tema è quello della scuola pubblica, la scuola di tutti. E va cambiata.

Quanto alla libertà di insegnamento, siamo tutti d’accordo che sia un valore fondamentale e irrinunciabile. Ma dove questo valore è minacciato? Forse nelle scuole cattoliche? Certamente no ed è comunque cosa facile da verificare. In ogni caso lo Stato ha tutti i mezzi per evitare che ciò avvenga semplicemente ponendo vincoli adeguati all’attività didattica, per esempio il rispetto della Costituzione. E ciò nei confronti di qualunque tipo di scuola, comprese le eventuali islamiche o di altri orientamenti. Al contrario dove la libertà di insegnamento può essere, ed è stata storicamente conculcata? Nei regimi totalitari, nelle dittature vecchie e nuove. Anche oggi infatti, per esempio Xi Jin Ping o Erdogan hanno creato una scuola totalmente in mano allo Stato e se ne servono per indottrinare i giovani e consolidare il potere.

Ora, noi siamo in democrazia e siamo ben lontani da queste situazioni. Osservo però che qualora in uno Stato esistesse un sistema scolastico totalmente in mano allo stesso, questo fatto configurerebbe una situazione oggettivamente inquietante nel momento in cui andasse al potere uno che quello strumento volesse utilizzare. Una specie di “cellula dormiente” che un domani, in un lontano futuro (tifiamo per il “mai”) qualcuno potrebbe risvegliare. A mo’ di pura suggestione possiamo rimandare a “Soumission” il romanzo di Houellebecq.

Viva la libertà di insegnamento, viva la liberà di educazione, viva la libertà di scelta educativa.


Plinio Agostoni


Presidente Fondazione

“Don Giovanni Brandolese”

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L’INTERVENTO DI TREZZI A CUI REPLICA AGOSTONI:

TREZZI E LA BENEMERENZA AD ANNAMARIA FORMIGONI. “PER FARE UNO STUDENTE CI VUOLE TUTTA UNA CITTÀ”

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