NELLA NONA DOMENICA
DOPO LA PENTECOSTE
MEDITAZIONE DI DON G. MILANI

Questa volta è Gesù a porre una domanda ai suoi abituali oppositori, i farisei; chiede il loro pensiero sul Cristo, sul Messia, domandando loro di chi sia figlio. Dal momento che la discendenza da Davide era ben nota alla tradizione ebraica la risposta par loro sin banalmente scontata, dunque pronta: “È figlio di Davide!”. Gesù vuol farli pensare davvero (ma ormai più noi che loro) e chiama a riflessione sul salmo 110. Il salmo è Scrittura, parola del Signore o, come diciamo noi, rivelazione. Gesù anzitutto lo richiama dicendo che Davide sia “mosso dallo Spirito” (il salmo stesso gli era attribuito sin nel titolo), impegna dunque la fede.

Quella parola dà voce a Dio stesso attribuendo al Cristo pari dignità a sé: quel “Siedi alla mia destra” (con tutto quel che segue) dice proprio che l’identico peso sovrano di Yahweh sia pure del Cristo che “siede alla destra”. Eppure la discendenza davidico-regale del messia – il “mio Signore” del salmo – era ben radicata nell’aspettativa di fede dei farisei come di tutto l’Israele credente. Ecco allora la domanda a riflettere: “Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?”. Come possa Davide – chiede Gesù – marcar tanta deferenza, dar titolo di Signore, a chi gli discenda nel dono della vita quindi nella dignità. Con fede tanto radicata nel monoteismo, inteso così rigidamente della loro tradizione ed ancor più con l’animo avverso al Signore Gesù, ai Farisei non era davvero agevole ammettere il Cristo eguale a Dio, benché la Scrittura sacra ne facesse evidente affermazione. Segue solo un silenzio imbarazzato cui Gesù darà seguito di riflessione nel capitolo seguente. Gesù, nella sua lezione rabbinica, mostra l’incapacità dei suoi avversari a leggere le Scritture stesse, tanto meno a riconoscere nella sua persona, quanto già la gente semplice affermava: fosse proprio lui il Cristo. Il punto è proprio questo: la disponibilità del nostro spirito, anzi, diciamo più direttamente, la fede; solo la fede ci fa comprendere appieno la Scrittura e, ovvio, ci mette in ascolto vero di Gesù. Che Gesù, Messia atteso dalla fede ebraica, sia eguale a Dio, perché Figlio, il cristiano lo conosce bene.

Il brano del vangelo di questa domenica, ce lo richiama decisamente, non certo soltanto per un ripasso di catechismo in mnemoniche nozioni sulla Trinità beata e i rapporti d’eguaglianza tra le Persone divine o sull’incarnazione del Verbo di Dio nel Figlio Gesù: diventa piuttosto richiamo alla nostra fede. La nostra gratitudine è sollecitata dal dono di salvezza che il Cristo Gesù ha recato all’umano sino ad innalzarlo, nella sua persona divina, “alla destra”. Ma ancora, la contemplazione del Cristo vincitore glorioso di morte, dona al nostro affidarci a lui nella fede, motivo di certa speranza verso altezze di cielo per la nostra stessa umanità, solo in lui, Cristo e Signore.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

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